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L’APPROFONDIMENTO: Parole antiche

Intorno a Gesù sono stati scritti e continuano a scriversi numerosi libri [1] poiché c’è chi nell’Evangelo trova qualcosa di grande [2] e chi, viceversa, non ci trova niente: le motivazioni degli uni e degli altri sono reciprocamente indifferenti dato che risiedono su piani della realtà (per quella che può essere la realtà disponibile all’uomo) tanto diversi da non essere in grado né di comunicare né di influenzarsi: esse dipendono sostanzialmente dalle condizioni soggettive (da un lato mente-psiche con le sue principali funzioni fra le quali intuizione, ragione, volontà e, dall’altro, il cuore) di coloro che si avvicinano (o tentano di farlo) oppure non si avvicinano al mistero di Dio.

La mente ragiona mentre il cuore sente e non di rado con possibilità di reciproci conflitti già per le cose della terra.
A maggior ragione per le cose di Dio.

Le istanze di chi cerca (non sapendo neanche se la troverà) la via del cielo appaiono risibili a chi ritiene una fola inventata di sana pianta i contenuti evangelici o a chi preferisce affidarsi e credere unicamente alla conoscenza scientifica (ubi scientia, fabula cessat. A parte la difficoltà, non di rado, di uscire dalla confusione fra scientia e fabula): alla fine è pur sempre un problema di fede: in Qualcuno, in qualcuno, in qualcosa, in niente.

Dio, se esiste – come è quasi certo che sia [3] -, è mistero.
Ogni aggettivo per qualificare il mistero è inutile, dato che non aggiunge né toglie né spiega nulla.
Deus abscondidus [4] oltre che silente quantomeno nelle modalità sensoriali più tradizionalmente intese.

A fronte del quale mistero non valgono prove, come dal termine in sé già dovrebbe potersi intuire e comunque si deduce dalla storia del pensiero teologico e filosofico (la vanità di prove circa l’esistenza o inesistenza di Dio), ma forse solo -riuscendo, volendo o accettando di coglierli- indizi o segni più o meno rilevanti in rapporto alla singola spiritualità (semplicità d’animo e umiltà comprese) di chi è, o intende, mettersi in cerca di Dio.

La fede o il credere, qualunque significato esse abbiano [5] davanti al mistero, sono (e rimangono) per noi gentili derivati dalla cultura greca atto o scelta singola e personale pur se (anche) contenuti in una tradizione socio-religiosa e ambientale-culturale e (anche) accompagnati o realizzati in espressioni comunitarie (ecclesiali), laddove per Israele (per la parte fedele) l’adesione a Dio è piuttosto e anzitutto del popolo cui i singoli appartengono.

E così sembra sia anche avvenuto, simile a sequenza di molteplici e sempre più numerose esperienze personali, dal tempo della sua iniziale predicazione nella verde Galilea, per questa buona notizia [6] : l’annuncio di conversione salvifica proclamato e predicato dal profeta Gesù (nella storia la sua esistenza non è messa in discussione neanche dai non credenti, salvo qualche eccezione che conferma lo stato di assoluta libertà del pensiero).

Mentre per la religione positiva che è progressivamente scaturita da un insignificante movimento di persone -alle origini ricompreso nell’ebraismo del tempio- valgono presto i tradizionali e ognora presenti requisiti terreni di ordine burocratico-organizzativo [7].

Nei testi evangelici, da Q ai Canonici, come peraltro anche dalle Lettere di Paolo, non emerge né si evince proposito di Gesù a fondare una nuova religione: Gesù è un profeta ebreo del suo tempo (messianico) che insegna, guarisce [8] e onora la legge (e i profeti), ma che -al medesimo tempo conscio del progressivo inaridirsi della medesima in formule rigide che perdono di vista lo spirito- si impegna a estrarne dal guscio della forma, e a farne vivere, la sostanza: questo è il significato del sabato fatto per l’uomo e non viceversa.

Questo è il significato di compimento e non di abrogazione [9] della legge anche se è un compimento ben singolare dato che ne rovescia la prospettiva mirandola dalla terra al cielo [10].

Giulio Cicognani

 

Note

[1] Gv 21,25: Ci sono poi anche altre molte cose che fece Gesù, che se fossero scritte una per una neppure lo stesso mondo, penso, conterrebbe gli scritti libri.
[2] Signore da chi andremo? Parole di vita eterna hai (Gv 6,68). V. anche Sal 19(18), 8-11.
[3] George V. Coyne, intervista a Piergiorgio Odifreddi.
[4] Is 45,15.
[5] Martin Buber (Due tipi di fede, San Paolo 1995, pag. 83) distingue la fede giudaica (emunà), la quale è proclamazione (Ascolta Israele… ed È vero, il Dio del mondo è il nostro re…), dalla fede cristiana (pìstis) la quale è avvenimento o atto o ambedue (noi crediamo e conosciamo che…). Analogamente Robert Aron (Così pregava l’ebreo Gesù, Marietti, 1982, pagg. 11-12) precisa che “Duemila anni fa come oggi ancora per gli ebrei coscienti delle loro origini e rimasti fedeli all’Alleanza, Israele è in primo luogo una certezza. L’ebreo…non ‘crede’ in Dio, nel senso attuale e troppo diffuso del termine. Egli fa di più: ‘constata’ … L’ebraico antico non ha nessun termine per esprimere la ‘fede’ … ne ha uno, emunà, che indica invece, appunto, ‘certezza’ … deriva dalla radice ’mn’, che si potrebbe pronunciare amen … ai giorni nostri significa spesso ‘così sia’ … per gli ebrei delle origini … ’così è’ “.
[6] Per la razionalità della terra incredibile fino all’assurdo e quindi sostanzialmente inventata.
[7] La critica che terrestramente (e non senza qualche razionale motivo) dubita e irride un gruppo di pescatori ignoranti e girovaghi al seguito di uno dei tanti invasati del tempo non è in grado di spiegare come mai idee vaneggianti, prospettive ridicole e connesse invenzioni varie siano fra gli uomini da oltre venti secoli, laddove le costruzioni intelligenti e colte facciano regolarmente -molto prima che poi- la fine della torre di Babele.
[8] In Q è evidente come Gesù guarisse non per suo potere, ma come conseguenza del suo essere presso Dio (parà tò theò) e quindi come tramite umano della potenza di Dio: il regno/regalità.
[9] Mt 5,17.
[10] Mt 5,20: Dico infatti a voi che se non abbonda di voi la giustizia più degli scribi e farisei, non affatto entrerete nel regno dei cieli. A superare definitivamente la legge pensa il fariseo Saulo-Paolo, divenuto apostolo di Gesù non per opera o investitura di uomo.

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