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APOCRIFA – Memorie sovietiche

Nel 1986 andai in Unione Sovietica, componente di una piccola missione di imprenditori e pubblici amministratori attivi nel campo del trasporto di merci con l’incarico di curare una convenzione commerciale.
L’anno prima Gorbaciov era stato nominato Segretario Generale del PCUS.

La mèta principale era Mosca ove c’era il Ministero dei trasporti, la nostra controparte, ma furono aggiunte Kiev e Leningrado allo scopo di farci visitare alcune importanti aziende locali.

Scendemmo all’aeroporto di Kiev, che al tempo ricordo piccolo e praticamente deserto, insieme a noi c’era solo un gruppo di rumorosi turisti, ove le formalità di frontiera presero tempo: passaporti, visti, moduli per la dichiarazione della valuta, attento controllo di borse e bagagli. La stampa, giornali e riviste, fu sistematicamente sequestrata dal (numeroso) personale.

Fuori attendeva la guida obbligatoriamente assegnataci e un autobus.

Ero l’unico ad avere, come d’abitudine (mia), la Leica appesa al collo e così il cortese e riservato signore che ci accompagnava mi istruì con cura su cosa si poteva o non si poteva fotografare (in pratica sospettai subito che l’azione non sarebbe stata semplice poiché erano da escludere edifici pubblici, non agevolmente individuabili dalle targhe scritte in cirillico, infrastrutture viarie, fabbriche e altro che non ricordo) e terminò con una sintetica valutazione: il fotografare non era gradito, così come parlare con gli estranei: per qualsivoglia necessità c’era lui a disposizione.

 

L’albergo era grande, abbastanza moderno e con il curioso particolare logistico, che avrei poi ritrovato anche nei successivi, di avere, al capo di ogni corridoio sul quale si affacciavano le camere, una specie di portineria: una piccola cattedra con dietro una donna, solitamente in età, la cui funzione sembrava essere limitarsi a guardare chi entrava e chi usciva sul piano di sua competenza.

Non appena giunto in camera con la valigia sentii bussare discretamente e, aperta la porta, entrò una giovane signora con l’uniforme dell’albergo che, in un misto di inglese e italiano, si presentò cortesemente come governante e si offrì di aiutarmi a disporre il contenuto del bagaglio nei cassetti e nell’armadio. A fronte del mio evidente imbarazzo agì rapidamente: con un breve sorriso chiese, sempre gentile, se avevo cose da vendere: avrebbe potuto pagare in rubli o dollari e mi mostrava un golf di lana senza maniche che aveva tolto dalla valigia aperta sul letto e una camicia azzurra oxford ancora nel cellophane. Aveva le medesime movenze sicure e sperimentate di una commessa di vendita, mentre fuori calava la sera e dall’unica finestra si vedeva, in lontananza, luccicare un tratto di fiume.

Un’altra curiosità, chiamiamola così, era che la vita sociale non solo degli ospiti, a parte cene fuori o spettacoli o concerti da prenotare, tendeva a essere circoscritta alla peraltro estesa e ben illuminata, a differenza delle stanze, zona comune dell’albergo ampiamente attrezzata con sale, bar, ristorante, poltrone etc.

Fuori poi, all’entrata avanti alla quale erano un paio di portieri, stazionavano giovani donne che chiaccheravano fra loro a bassa voce e che, non appena vedevano qualcuno dirigersi verso il portone per entrare, lo avvicinavano e, dandogli familiarmente il braccio, entravano insieme per quindi lasciarlo e dirigersi, per lo più, verso la zona bar.

Un collega che aveva pratica spiegò che l’alcoolismo era una piaga e quindi l’accesso agli alcoolici (legali) era tendenzialmente circoscritta dalle autorità, anche per i cittadini, agli alberghi e, analogamente, che le donne non potevano accedere da sole allo scopo di limitare la prostituzione.

E’ attendibile che gli arcigni portieri avessero il loro motivo ad applicare alla lettera e alla forma questa regola poiché la procedura si realizzava senza domande indiscrete e con una scioltezza indice di sicura e ampia sperimentazione.

In ogni caso le donne erano molto riservate e, all’interno, non parlavano con estranei a meno non fossero questi a rivolgere loro la parola. Cosa che non tardava a verificarsi.

Le imprese che ci portarono a visitare avevano (niente foto) officine e impianti e ambienti in genere sicuramente migliorabili e la nostra solerte guida tenne a precisare che la città si stava ancora risollevando dalle devastazioni naziste, cosa che poteva avere il suo fondamento a parte, forse, l’efficacia dei processi governativi in corso a proposito dei quali ritardi o inefficienze erano giustificate con riferimento a Mosca: pur nel compassato stile ufficiale del Partito non pareva che, in genere, scorresse fra i compagni del vasto impero una grande (e probabilmente reciproca) considerazione, ma tutto il mondo è paese e la medesima insofferenza da noi si avverte fra Nord e Sud e per esempio, in Francia, fra Parigi e Marsiglia.

 

A Mosca eravamo al Cosmos, nella parte nord della città e non lontani dalla metropolitana né, viste le diverse dalle nostre distanze, dalla Piazza Rossa.

L’albergo, a suo tempo, non era gran che, ma teneva fede al suo nome brulicando di clienti e delegazioni di tutti i colori, in particolare africane.

Nella mia camera mancavano due lampadine, di cui una in bagno, e farsele sistemare si rivelò ben presto un’impresa: andai a riferire la necessità sia alla guardiana delle oche al piano sia alla reception, ove troneggiavano matrone simili a marescialli, e la segnalazione fu prontamente scritta sul registro. Il giorno dopo di nuovo, dato che non era successo niente, e mentre la verificatrice al piano era rimasta ostinatamente muta, una delle signore alla reception comunicò risoluta Schon gemacht.

Va da sé che rimasi tutta la settimana senza luce e come unico intervento mi trovai un giorno due o tre dei toscani che avevo acquistato in aeroporto alla partenza tagliati per il lungo: chi sa cosa qualcuno pensava potessero contenere.

Come accompagnatrice avevamo una giovane saldamente orientata che non trascurava occasione per sottolineare le conquiste del Partito, fra cui la fine della superstizione religiosa (il dio nessuno lo crede più) nonostante la più ampia libertà di culto garantita. Ritornando dopo una riunione al Ministero, approssimandosi la domenica, le domandai quindi dove avrei potuto andare in chiesa, ma rispose che a Mosca non ce ne erano più.

Scendevo dall’autobus ed ero come sempre l’ultimo, perché trovavo più comodi i posti in fondo, e l’autista senza guardare me, ma dove guardasse in quel momento la ragazza che dava le spalle parlando con qualcuno, mi mise velocemente in mano un pezzetto di carta. Con un indirizzo (per me) illeggibile. La mattina dopo era prevista una visita non ricordo più dove e mi staccai quindi dal gruppo accompagnato dal solito avvertimento circa le fotografie. Avvicinai un taxi e mostrai l’indirizzo ricevendo la risposta ‘dollari’ e così andammo fino a un vicolo neanche tanto lontano, o almeno così mi parve. Feci attendere l’autista, che fumava come una ciminiera, con un anticipo ed entrai in un androne dove, scampanellando, alla fine mi aprirono e scesi in un locale che pareva un magazzino o un ex garage: era una chiesa cattolica con la Messa iniziata da poco.

Dopo la funzione rimasi a parlare, biascicando io parole in latino, con il sacerdos che era anziano, amichevole e con occhi azzurri. E volendo lasciare un’offerta trassi i dollari che egli subito rifiutò sorridendo: periculum magnum est. Avrei potuto arrivarci anche da solo. Così gli lasciai tutti rubli che avevo.

Un altro servizio alberghiero che funzionava bene, oltre alle donne e all’alcool, era il cambio della valuta: bastava mettere i dollari sulla tovaglia, accanto alla tazza del caffè, ed ecco che arrivava subito il cameriere a ritirare il tovagliolo avvolgendo la banconota. Poi tornava con un tovagliolo nuovo e lo consegnava al cliente con i rubli all’interno.

Ovviamente anche quell’operazione doveva essere nota e arcinota, ma, salvando la forma, concessa.

Il pomeriggio prima della partenza andai ai GUM per cercare qualche ricordo: in particolare mi interessavano i libri d’arte, ma non ne trovai e presi quindi cartoline.

C’era poca gente e il personale ancor meno disponibile: sembrava fare un piacere con la presenza dietro il banco. Alla fine acquistai una copia di Rolleiflex 4×4 con obiettivo fatto a Dresda, dove la Ihagee Kamerawerk produceva anche la leggendaria Exakta Varex.

In ogni caso i souvenirs da portare a casa erano disponibili nella catena statale Betulla, dove prendevano solo dollari e altra valuta pregiata.

Quando tornai a Mosca per turismo, avevo l’albergo in Piazza Rossa, l’URSS si era dissolta e il cupo enorme edificio GUM era addobbato di festoni di luci multicolori che sembrava un circo. Anche la piazza brillava di mastodontiche e volgari pubblicità elettriche fra le quali spiccava per pessimo gusto quello della Rolex che aveva un negozio di lusso anche al piano terra dell’albergo ed esponeva pezzi grandi come ferri da stiro tempestati di brillanti.

Sotto, in metropolitana, seduti su cassette c’erano vecchi invalidi di guerra infagottati e silenziosi con le medaglie appese sul petto, a chiedere l’elemosina.

Analogamente a Leningrado, ora tornata San Pietroburgo, ove a suo tempo avevo visitato l’impressionante museo dell’assedio, al termine della linea metropolitana dalla parte opposta della Neva.

Sfortunate e disgraziate popolazioni che non hanno mai, nel corso dei secoli, conosciuta la libertà, ma solo la tirannide nelle sue varie colorazioni e profili: sempre in mani poco raccomandabili.

E a vergogna di quei politici di casa nostra che ancora ieri presentavano il presidente russo come un affidabile democratico dimostrando all’evidenza, primi loro, di non conoscere né la libertà né la democrazia e per l’effetto di non essere che demagoghi indegni di governare.

LMPD

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