HomeDialogandoNewsletterApocrifaAPOCRIFA – Sindacalismo spicciolo universale

APOCRIFA – Sindacalismo spicciolo universale

Anche le attività e le connesse fortune (o non fortune) del Sindacato hanno, come molte cose umane misurabili, un andamento tendenzialmente carsico: un po’ ci sono, altre volte appaiono e un po’ non ci sono.

Ora è stato proclamato, da numerose sigle autonome, uno sciopero generale dei settori privati e pubblici su tutto il territorio nazionale per l’intera giornata di venerdì 2 dicembre prossimo con comunicazione del 24 settembre scorso diretta a praticamente tutto il governo il quale, nel frattempo, è stato sostituito: ma non importa, i destinatari sono sempre quelli pro tempore.

Dall’autunno caldo in poi (i grandi movimenti di scioperi dal ’69 in particolare nell’industria privata, in scia al rinnovo contrattuale dei metalmeccanici, che seguì i movimenti studenteschi del ’68) in Italia c’è stata una situazione di pan-sindacalismo per cui le Confederazioni (al tempo CGIL-CISL-UIL) erano e agivano praticamente lungo un doppio binario: da un lato verso le imprese (in primis il sistema di Confindustria) che del sindacato sono la naturale controparte e, dall’altro, verso governo e pubblica amministrazione in genere non tanto (ai fini che qui interessano) come titolari a loro volta di contratti di lavoro pubblici, ma piuttosto -in virtù di larghi poteri di rappresentanza assunti dalle confederazioni sindacali sul campo e per fatti concludenti a nome di larghe fasce di cittadinanza- come soggetti politici o comunque capaci di disposizioni socio-politiche.

Il progetto del sindacato riformista ‘soggetto politico’ era ampio e ambizioso: cambiare la società italiana e, allo scopo, si confrontava e discuteva oltre che con i partiti con il governo. Di cosa?
Di tutto: politica industriale, fisco, sanità, casa, pensioni, sviluppo etc.

Per poco meno di una ventina d’anni (anni ’70 –’80) i Sindacati, presenti quotidianamente in parole e fotografie sulla stampa a ogni titolo, e obbiettivamente anche troppo, non erano nemmeno indicati con le rispettive sigle, ma con i nomi dei loro segretari generali: Lama, Carniti, Benvenuto (dai sindacalisti di Confindustria altresì soprannominati la ‘Triade’ o la ‘Trimurti’ e il primo, dalle mie parti, familiarmente anche Pipazza) i quali avevano, a Roma, perfino le proprie sedi ufficiali ubicate in un piccolo triangolo (corso d’Italia, via Po, via Lucullo).

Escluse esagerazioni e forzature ed errori caratteristici dello scenario del pendolo -quasi sempre tutto da una parte o tutto dall’altra, ma difficilmente nel mezzo ove, secondo gli antichi, sta la virtù- ed esclusi coloro che (anche in Pretura) usavano il grimaldello, fu un percorso di riforma lungo e importante (la legge n. 300 del 1970, alias Statuto dei lavoratori, a parte interpretazioni devianti che pur ci furono, portò dignità al lavoro cancellando, a esempio, le schedature dei questurini aziendali e il licenziamento ad nutum) e non meno pericoloso (le BR giudicavano il sindacato componente fondamentale del sistema capitalistico da eliminare) realizzato nel Paese e quindi, esaurita la spinta riformista sulle condizioni generali di lavoro degli anni ’50 e ’60 (dinamiche contrattuali e salariali comprese che avevano bensì sostenuto la ricostruzione, ma i cui livelli peccavano oramai per difetto), il Sindacato ha progressivamente perso quota e, in particolare, non è stato presente alla genesi, e quindi allo sviluppo, dei principali rivolgimenti del terzo millennio: dalla globalizzazione alla delocalizzazione e alla rivoluzione informatica.

Va riconosciuto che lavorare con efficacia sull’immateriale è comunque ben maggiormente complesso che lavorare sulla fisicità (operai, impiegati, fabbriche etc), ma è anche, e come sempre nelle organizzazioni umane, anzitutto un problema di persone, di cultura, di spirito e, non ultimo, di capi.

Oltre ai segretari storici, anche se come ogni altro avevano i loro difetti, i quadri e i sindacalisti territoriali del tempo, provenendo da una lunga gavetta anche aziendale, erano mediamente (le eccezioni ci sono sempre) ben preparati, conoscevano il mestiere e per lo più sapevano quello che dicevano e facevano.

Un sindacalismo attento ai bisogni dei lavoratori e alla loro promozione e tutela è utile (necessario) alla società civile al pari della libertà di stampa, mentre un sindacalismo che ideologicamente sostiene (nel pubblico e nel privato) chi non lavora, sta assente o disorganizza è nocivo alla collettività e alla sua cultura e, in primis, proprio agli ultimi fra coloro che dovrebbe proteggere.
Poi anche il sindacalismo è diventato sempre meno attività di servizio e sempre più un percorso di lavoro, non dissimilmente dalla politica.

Caratteristica dello scenario sindacale odierno è, oltre a un generale e diffuso sbiadimento ricollegabile in qualche misura sia alla cultura delle organizzazioni sia alla loro dirigenza, una vasta frammentazione che si materializza in una lunga teoria di sigle buona parte delle quali, probabilmente, note solo ai diretti interessati o singoli iscritti e il vecchio adagio ‘unirsi per contare’ non attira più.

D’altra parte anche l’attuale fase della civiltà è diretta verso una società tendenzialmente orientata alla separazione e alla non vicinanza personale (a parte, si capisce, il distanziamento anti-Covid) che ritiene tutto, anche quello che non è lecito, si possa vendere e comperare senza contatto, in fretta e con efficienza (suo simbolo è l’e-commerce, in cui manca la relazione umana) onde la sua migliore interpretazione iconografica fu data, mesi or sono, dalla fotografia di una giovane coppia cinese, in elegante abito da sposalizio e in attesa della cerimonia, ciascuno nel frattempo smanettante sul proprio smartphone senza degnare l’altro di uno sguardo. Vicini, ma assenti.

Le Confederazioni tradizionali come la pletora dei Sindacati c. d. autonomi hanno oggidì evidentemente optato per un unico interlocutore e avanzano rivendicazioni preferibilmente verso il governo (prima Draghi, ora Meloni) più che verso i datori di lavoro e quindi il rapporto bilaterale tipico delle relazioni industriali perde, tra l’altro, anche quel minimo di collegamento con la realtà socio-economica fattuale che comunque ancora collega lavoro e capitale e che come tale dovrebbe essere considerata.

La pandemia, in due anni particolarmente difficili per (quasi) tutti, ha (comprensibilmente, nella contingenza) posto al centro delle domande di intervento e di aiuto lo Stato e, per esso, il governo, ma l’interlocutore naturale e necessario del sindacato non è il governo: è chi il lavoro lo offre e lo mette a disposizione.

Diversamente, e a parte la non comprensibilità del titolo in base al quale si vorrebbe agire vs il governo (la legittimazione delle associazioni non è data dalle sigle, ma dalla loro autorevolezza sul campo), la rivendicazione non si discosta gran che dalla richiesta di panem et circenses di cui erano oggetto i romani imperatori e mostra in tutto e per tutto la sua genesi marcatamente ideologica, se non onirica, e scissa dalle condizioni socio-economiche materiali del Paese.

Nella Documentazione è pubblicata la lettera con le rivendicazioni al governo perché vale la pena di leggerla e chiedersi in quale dimensione aleggino costoro.

Fra le varie domande, rimettere a nuovo di fatto il salario come variabile indipendente, condizione già a suo tempo respinta da Luciano Lama il quale dichiarò l’idea, al pari del profitto come variabile indipendente, essere una “sciocchezza, perché in un’economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall’altra”, è inutile anche se si cerca di dissimularlo sotto altre etichette (a esempio: riduzione di orario a parità di compenso) e distrae dall’affrontare il nodo principale che la ricchezza va anzitutto prodotta e quindi distribuita anche a coloro che cooperano per produrla.

Ma per fare questo sono necessarie relazioni sindacali autentiche basate sulla realtà, anche (non ultimo) allo scopo di evitare il rischio che la (eventuale) variabile indipendente sia impropriamente adottata sì, ma da parte imprenditoriale ove c’è già chi altresì opta per il profitto come variabile indipendente.

LMPD

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